
Esperanto-Dokumentoj, n°37 (2002)
Questo articolo analizza come alcune lingue siano diventate "internazionali", citando esempi della diffusione e legittimazione della più usata, l'inglese. Il tema di eguali diritti linguistici è trattato in relazione alla pratica del multilinguismo nelle organizzazioni interstatali, la Lega delle Nazioni e le Nazioni Unite, e nella più ambiziosa ed ampia delle unioni statali, l'Unione Europea. E' possibile pensare ad alternative ad un sistema, in cui si usa un piccolo numero di lingue ufficiali e quindi non si danno diritti su una base egualitaria a persone di lingue diverse. L'articolo richiama inoltre l'attenzione sul fatto che le lingue internazionali si impongono alle lingue nazionali in modi che non si accordano con i principi dei diritti umani.
La comune accezione del termine "lingua internazionale" è quella di lingua che persone di diversa origine o nazione parlano tra loro. In questo senso ci sono molte lingue internazionali in tutti i continenti, dal portoghese all'indiano sino al latino ed all'arabo classico ed inoltre ci sono le lingue franche ed i "pidgin" su territori più ristretti.
Il termine "lingua internazionale" si usa anche per le lingue artificiali pianificate, ad esempio l'Esperanto, lingue specificamente create per facilitare la comprensione ed i legami internazionali; a volte sono chiamate lingue internazionali ausiliarie. Gli utenti di queste lingue non ricevono sostegno da alcuna nazione o stato, il che contrasta fortemente con la situazione delle lingue trapiantate in tutto il mondo, come ad esempio l'inglese, il francese, lo spagnolo.
La dominazione linguistica scaturisce dalla conquista, dal soggiogamento militare e politico e dallo sfruttamento economico. Il ruolo linguistico nell'espansione imperialista è l'elemento centrale della europeizzazione del mondo. La politica linguistica fondamentale fu espressa in un documento pionieristico di pianificazione linguistica presentato alla corte reale spagnola nel 1492 (vedi la citazione iniziale da Nebrija). A quell'epoca le principali lingue europee erano parlate solo da alcuni milioni di persone e non erano usate internazionalmente. L'odierno ruolo dell'inglese, del francese, dello spagnolo e del portoghese indicano con quanto successo e spietatezza si sia imposto il principio dell'oppressione linguistica.
Le potenze colonizzatrici raramente erano disposte a riconoscere che le lingue e le culture diverse dalle proprie avevano in sé stesse valore e diritti. I linguisti seguirono le tracce di Nebrija, legittimando le gerarchie linguistiche del colonialismo (Calvet 1974; Crowley 1991). Le egemonie linguistiche internazionali si nutrono di credi e atteggiamenti circa le gerarchie linguistiche e si intrecciano con la scelta politica di dare più mezzi alla lingua dominante.
Tra le due guerre ci fu un progetto ingegnoso: creare una versione ridotta dell'inglese come "lingua ausiliaria internazionale" chiamata "BASIC English" (BASIC = British American Scientific International Commercial - Inglese Britannico Americano Scientifico Internazionale e Commerciale). Fu proposto nella speranza che le lingue meno importanti sarebbero state eliminate: Ciò di cui il mondo ha bisogno è questo: circa mille lingue più morte ed una più viva (Ogden 1934 , citato da Bailey 1991, p.210). In questo contesto "la comprensione internazionale" era considerata in modo unidirezionale; si devono abbandonare le altre lingue e si deve assumere la lingua dominante, l'inglese, resa più facilmente accessibile per mezzo di una semplificazione.
L'imperialismo linguistico invariabilmente implica la superiorità della lingua dominante sia nell'epoca coloniale che in quella postcoloniale (Muhlhausler 1996; Phillipson 1992). Britannici e statunitensi hanno creato una vasta struttura scolastica per diffondere l'inglese su scala mondiale. (1)
Le opinioni circa la superiorità dell'inglese e la sua idoneità come lingua internazionale senza paragoni sono vecchie. Una ricerca dettagliata sulla situazione dell'inglese nelle varie epoche conclude che le idee nate all'apogeo del periodo coloniale, nelle quali sono state protagoniste Gran Bretagna e Stati Uniti, non sono cambiate quando il colonialismo economico ha sostituito il dominio politico diretto sui paesi del terzo mondo. Si crede ancora che l'inglese sarà inevitabilmente la lingua mondiale; le motivazioni per il ruolo eminente dell'inglese a livello mondiale sono quelle stesse che furono elaborate per la prima volta nel secolo diciannovesimo. (Bailey 1991, p.121) (2).
Un recente esempio di trionfalismo sciovinista è apparso in una campagna in prima pagina su un giornale di Londra nel novembre 1991. Allora il governo britannico non era molto entusiasta dell'Unione Europea e la Gran Bretagna contribuiva poco all'integrazione europea: Se l'Europa avrà un futuro, essa avrà bisogno di qualcosa che è al di là della moneta comune, della politica estera comune e del diritto comune. Essa dovrà avere una lingua comune. Questa lingua può essere solo l'inglese. (Daily Mail, 29 novembre 1991).
Gli stati che resistono alla diffusione dell'inglese e pretendono eguali diritti per le loro lingue, sono marchiati come "sciovinisti"; essi soffrono di un "arcaico orgoglio nazionale". Il credo fondamentale sembrava essere questo: si è riusciti ad imporre l'inglese come lingua dominante in stati come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, quindi i medesimi processi sono applicabili in scala continentale europea e mondiale. Se il monolinguismo può trionfare in una nazione (così si pensa), perchè anche non su scala internazionale?
Il governo britannico è ben consapevole dei vantaggi politici, che il ruolo privilegiato dell'inglese (3) e la conseguente influenza economica (4) danno alla Gran Bretagna. La stampa applaude concordemente (5). E' un continuo torrente di libri sui diversi aspetti dell'inglese come lingua mondiale, non tutti ingenuamente celebrativi (6). Una recente pubblicazione commissionata dal British Council circa il futuro dell'inglese (Graddol 1997) è un'analisi multidimensionale che fa riflettere e che tratta il ruolo dei diversi fattori economici, tecnologici e politici che forse un giorno faranno emergere altre lingue come lingue internazionali dominanti.
La situazione attuale è una sorta di "macdonaldizzazione", una asimmetria strutturale dovuta alla potenza economica; è simboleggiata dal fatto che l'80% dei film circolanti nell'Europa occidentale provengono dalla California, mentre il 2% dei film circolanti nel Nordamerica sono di origine europea. Per macdonaldizzazione dobbiamo intendere l'unificazione a livello mondiale dei consumatori, dei servizi e dei fornitori: essa è un commercio aggressivo a tempo pieno; è il dominio del flusso delle informazioni che non avverte le persone sugli effetti a lunga scadenza di un modo di vita distruttivo sotto il profilo ecologico; è una concorrenza svantaggiosa per i creatori di cultura locali; è un continuo ostacolo alle iniziative locali; tutto questo si unisce per limitare lo spazio culturale locale (Hamelink 1994). Molti passi sono stati intrapresi , con lo scopo di contrastare questa influenza a livello nazionale e di Unione Europea, soprattutto in Francia: si vuole proteggere la diversità culturale e linguistica. Su questo campo sono state esplorate le interrelazioni tra i fattori economici e quelli della cultura e della politica linguistica, ma è necessaria una elaborazione ulteriore (Grin e Hennis-Pierre 1997).
Le pressioni della globalizzazione del commercio e dei mezzi di comunicazione vanno d'accordo con il lavoro di quegli educatori che mirano ad una "istruzione globalizzata".
Ci sono degli esperti che pensano ad un programma di insegnamento essenzialmente mondiale, insieme ad un sistema di esami mondiale ed a organizzazioni mondiali per accertare la qualità dell'istruzione e della preparazione. (7) Il programma di base proposto prevede sette aree di apprendimento ` chiave' delle quali una è la "lingua mondiale", obbligatoria per tutti , cioè l'inglese; una seconda area riguarda le altre lingue che devono essere imparate da quei poveretti la cui lingua materna non è l'inglese. (8) In effetti questa visione educativa fa supporre due specie di uomini: i monolingui parlanti dell'inglese e gli altri, i bilingui. E' una ricetta per ritornare ad un mondo antidiluviano, prebabelico, ove ogni cosa importante è generata in una sola lingua.
La globalizzazione non è un fenomeno apparso ultimamente, quantunque un pensiero accademico oggi di moda possa creare tale impressione. Quello che c'è di nuovo è l'ampiezza e la profondità della penetrazione delle culture su scala mondiale.
Uno studioso giapponese delle comunicazioni , Yukio Tsuda, esprime acutamente, per mezzo di due paradigmi concorrenti, le molte dimensioni della attuale politica linguistica.
Paradigma: diffusione dell'inglese
A. capitalismo
B. scienza e tecnologia
C. modernizzazione
D. monolinguismo
E. globalizzazione e internazionalizzazione ideologica
F. transnazionalismo
G. americanizzazione ed omogeneizzazione della cultura mondiale
H. imperialismo linguistico, culturale e dei mezzi di comunicazione
Paradigma: ecologia delle lingue
1. punto di vista rispettoso dei diritti umani
2. eguaglianza di diritti nella comunicazione
3. multilinguismo
4. conservazione delle lingue e delle culture
5. protezione della sovranità nazionale
6. stimolazione dell'apprendimento delle lingue straniere.
(Tsuda 1994; abbiamo attribuito le lettere e le cifre. Vedi ulteriore elaborazione in Phillipson e Skutnabb-Kangas 1996; Skutnabb-Kangas 1999).
La differenza e le due contrastanti concezioni del mondo si possono vedere nella politica linguistica in Africa, ove alcune influenze rafforzano la diffusione dell'inglese, altre le ecologie linguistiche locali. Mazrui (1997) fa vedere come le gerarchie linguistiche dell'epoca coloniale siano ancora il fondamento della politica scolastica sostenuta dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale, e influiscano anche ora sull' "aiuto" insieme con la famigerata politica delle modifiche di struttura che impoverisce ed è socialmente distruttiva: .. il vero atteggiamento della Banca Mondiale . stimola il rafforzamento delle lingue imperialistiche in Africa la Banca Mondiale sembra guardare alla africanizzazione linguistica di tutto l'insegnamento elementare e postelementare come uno sforzo da non prendere in considerazione. Per esempio il suo testo sulle strategie per stabilizzare e rinnovare le università non menziona affatto il ruolo della lingua su quel terzo livello dell'istruzione africana secondo i programmi di modifica strutturale della Banca Mondiale e del FMI la sola via che le nazioni africane possono percorrere è l'adozione delle lingue delle potenze coloniali sin dall'inizio dell'istruzione di ogni bambino (Mazrui 1997, p. 39-40).
L' "aiuto" nel campo dell'istruzione rispecchia un credo di separazione linguistica (linguicista) (9), secondo cui solo le lingue europee sono adatte per il compito di svilup pare le menti e le economie africane. Sulla falsità di questo atteggiamento hanno richiamato l'attenzione molti studiosi africani , tra essi Ansre, Bamgbose, Kashoki, Mateene e Ngugi (riferimenti in Phillipson 1922; vedi anche Djite 1993; e in particolare sui diritti linguistici in Africa Akinnaso 1994 e Phillipson e Skutnabb-Kangas 1994).
Un m odo di agire alternativo, basato sul rafforzamento delle lingue africane, si può trovare in una serie di documenti politici approvati dai governi africani durante gli ultimi quindici anni , culminati nella The Harare Declaration (La Dichiarazione di Harare), approvata nella conferenza intergovernativa dei ministri circa la politica linguistica in Africa, 20-21 Marzo 1997 (riprodotta in The New Language Planning Newsletter - Il Bollettino della Nuova Pianificazione Linguistica - 11/4 , giugno 1997). Essa dichiara che una politica idonea costruita sulle lingue africane non si è realizzata, ed abbozza altresì molte strategie per rafforzare l'ecologia delle lingue locali. Essa considera il progresso delle lingue africane come il nucleo dei processi di democratizzazione e convivenza pacifica: il migliore uso delle lingue africane è condizione pregiudiziale per la massima stimolazione della creatività e ingegnosità nell'evoluzione.
.L'Africa, dove gli scambi scientifici e tecnologici avvengono nelle lingue nazionali come parte della nostra preparazione intellettuale per affrontare le sfide del prossimo millennio.
(i governi africani) si appellano a tutti gli interessati in Africa e nel mondo ad impegnarsi in una collaborazione energica e chiara, rispettando l'integrità della identità africana e l'armonico progresso dei valori umani e della dignità come essi vengono espressi nelle lingue africane.
La politica della Banca Mondiale e l'azione degli enti che collaborano con essa rafforzano la diffusione dell'inglese. Al contrario, la Dichiarazione di Harare tenta di rafforzare le ecologie linguistiche africane, di costruire sull'esistente multilinguismo e di utilizzare le lingue locali per risolvere i problemi locali. L'inglese si potrebbe ancora imparare come lingua straniera, ma non dovrebbe essere imparato per rimuovere le altre lingue o per imporsi ad esse.
Gli esempi appena citati di dibattito sulla politica linguistica vanno visti nel contesto della realtà politica. Per giudicare su scala mondiale le gerarchie linguistiche, nel contesto postcoloniale, postcomunista o dell' Unione Europea, si deve pensare ai fattori economici e politici, a come i mezzi siano messi a disposizione di una o alcune lingue, ma non a disposizione di altre, non ché al fatto che le ideologie che legittimano tali preferenze di solito postano gloria ad alcune lingue e disapprovazione ad altre. Le teorie sulle lingue ed il potere, sulla politica linguistica e la struttura sociale, sulle lingue nell'istruzione, vanno collegate al complesso mondo reale dei flussi di denaro e del commercio dominante. Ecco un mondo in cui la diseguaglianza è strutturale e legittimata dal separatismo linguistico. La lingua "internazionale" , l'inglese, è considerata idonea universalmente malgrado le abbondanti indicazioni, che il suo largo uso nei paesi postcoloniali va a beneficio degli interessi occidentali (proprio questo è lo scopo della mondializzazione) e non soddisfa invece i bisogni della maggioranza della popolazione di quei paesi.
Il paradigma dell'ecologia linguistica ha un altro punto di partenza. Esso presuppone che i parlanti di lingue differenti abbiano i medesimi diritti di comunicazione, che il plurilinguismo sia desiderabile, da stimolare e da facilitare e che la politica linguistica debba essere guidata da principi di eguaglianza e diritti umani.
La Lega delle Nazioni fu creata come un forum al fine di evitare conflagrazioni belliche come la Prima Guerra Mondiale. Il numero degli stati membri variava tra quaranta e cinquanta; alle Nazioni Unite è all'incirca duecento. Gli Stati Uniti restarono fuori dalla Lega delle Nazioni, malgrado il ruolo chiave del presidente Wilson nella sua fondazione.
La Lega delle Nazioni dovette trattare in quale lingua tenere le proprie sedute. Il francese era in quel tempo la lingua più prestigiosa della diplomazia (almeno nel mondo occidentale), ma non in tutte le conferenze "internazionali". Ai Congressi della Associazione Universale di Esperanto prima del 1914 alcuni governi furono rappresentati ufficialmente; ben undici al Congresso del 1910 (Centassi e Masson 1995).
Raramente le organizzazioni internazionali hanno pensato seriamente di usare una lingua pianificata, neutrale e non legata ad una specifica potenza, una lingua facile da apprendere per tutti. Si tende a rifiutarla senza considerare la cosa seriamente, perché potrebbe essere una alternativa alla "lingua naturale" (10).
La possibilità di stimolare l'apprendimento dell'Esperanto e persino di usarlo come lingua di lavoro fu seriamente presa in considerazione, ma trovò aspra resistenza da parte della Francia. Dell'Esperanto si discusse più volte tra il 1920 ed il 1924 e si ascoltarono i rapporti sull'apprendimento della lingua in 26 paesi. I delegati di undici stati (Belgio, Brasile, Cile, Cina, Colombia, Cecoslovacchia, Haiti, India, Italia, Persia, Sud-Africa) raccomandarono nel 1920 che l'Esperanto fosse insegnato nelle scuole "come un mezzo facile per la comprensione internazionale" (Lins 1988, p.49-61). Stati meno grandi, tra essi alcuni asiatici, appoggiarono l'idea di una lingua internazionale neutrale. Ma vinsero le forze che appoggiavano le lingue dei grandi stati-membri. L'ordine di potere mondiale allora esistente forse sarebbe stato messo in pericolo non solo da una lingua neutrale, ma anche dalle utopistiche credenze pacifiste di alcuni esperantisti (11). L'opzione Esperanto fu rifiutata ed un tale atteggiamento dura sino ad oggi, nonostante sia stato dato un qualche riconoscimento verbale, nonché i rapporti consultivi presso le Nazioni Unite, l'Unesco ed il PEN-Club Internazionale.
Esiste una abbondante letteratura sull'Esperanto. Tra i fatti sociolinguistici più significativi c'è che diverse migliaia di bambini nel mondo crescono (in più di 2000 famiglie) ed usano l'Esperanto come lingua materna; che fioriscono opere di "fiction", romanzi e poesie originali e tradotte; che tale lingua è usata come strumento di comunicazione in molte conferenze scientifiche su molti temi; che tale lingua si può imparare molto più velocemente delle altre grazie a regole di produzione linguistica senza eccezioni, che formano la sua base; che malgrado l'Esperanto attinga per lo più dal vocabolario europeo, la sua sistematicità lo rende, per i non europei, di apprendimento più facile delle lingue europee; che permette ai suoi parlanti di incontrare persone dei più vari ambienti culturali e linguistici.
Nella comunicazione interpersonale la mancanza di legami tra l'Esperanto e un qualsiasi stato nazionale forse facilita la comunicazione simmetrica, qualunque siano le lingue materne dei parlanti. A livello interstatale, nelle istituzioni politiche che dibattono la sorte della popolazione mondiale, la mancanza di una forza d'urto politica è naturalmente la principale debolezza della lingua. Sono gli stati potenti, i quali possono insistere che le loro lingue siano "ufficiali".
Il concetto di lingua ufficiale ha origine dai primi anni della Lega delle Nazioni, quando il francese e l'inglese avevano il medesimo rango e così si stabilì "la finzione, che un testo scritto in una qualsiasi lingua sia riproducibile in qualunque lingua e che i prodotti risultanti siano del tutto eguali per significato." (Tonkin 1996, p.14).
Il medesimo principio dei testi di identico significato regna nell'Europa Unita, che ha undici lingue ufficiali, delle quali teoricamente ciascuna esprime il "medesimo" contenuto semantico. Ogni persona che conosca il processo ed i prodotti della traduzione sa che l'aspirazione alla quadratura del cerchio delle differenze concettuali, culturali e linguistiche è un ideale utopico lontano dal modo in cui le diverse realtà funzionano.
Ad esempio i sistemi giuridici di ciascuno dei quindici stati membri dell'Unione Europea si sono evoluti in maniere fortemente diverse ed i testi non possono mai significare "la stessa cosa" in tutte le lingue e culture.
Tuttavia esistono delle forze che provano a persuadere il Parlamento Europeo a riflettere seriamente sulla opzione Esperanto e, a quanto si dice, un crescente numero di deputati del Parlamento Europeo vuole discutere su tali questioni. Si sono ascoltate delle proposte nel 1993 ed è in progetto una discussione più ampia sulla politica linguistica (12). In fondo ciò rispecchia il fatto che le istituzioni multinazionali della Unione
Europea in linea di principio accettano il plurilinguismo e l'uguaglianza linguistica, quantunque l'attuale gerarchia linguistica vi si opponga: alcune lingue sono più eguali delle altre, ed in particolare l'inglese ed il francese nei forum dell'Unione Europea. L'Associazione Universale di Esperanto si sforza di influenzare la politica linguistica nelle organizzazioni internazionali. Il manifesto approvato nel suo 81-esimo Congresso Universale di Praga nel 1996 esprime un insieme di principi, perseguiti dal movimento per la "lingua internazionale Esperanto". Essi includono la democrazia, l'istruzione mondiale (con riferimento a tutte le etnie), una istruzione efficace (migliore conoscenza delle lingue straniere), plurilinguismo, diritti linguistici, diversità linguistica ed emancipazione umana.
I due principi che maggiormente hanno riferimento con il tema in discussione sono:
Democrazia. Un sistema di comunicazione che privilegia per tutta la vita taluni uomini, ma che richiede dagli altri che essi investano anni di sforzi per raggiungere un grado meno alto di capacità, è fondamentalmente antidemocratico. Quantunque, come ogni lingua, l'Esperanto non sia perfetto, esso supera di molto ogni rivale nella sfera della comunicazione mondiale egualitaria. Noi asseriamo che la disuguaglianza linguistica fa seguire una disuguaglianza comunicativa a tutti i livelli, incluso il livello internazionale.
Noi siamo un movimento per la comunicazione democratica.
Diritti linguistici. La divisione non uniforme del potere tra le lingue è una ricetta per una costante insicurezza linguistica, o una diretta oppressione linguistica, presso grande parte della popolazione mondiale. Nella comunità esperantista i membri delle comunità grandi e piccole, ufficiali e non ufficiali, si incontrano su un terreno neutrale, grazie alla comune volontà di arrivare ad un compromesso. Un tale equilibrio tra diritti linguistici e responsabilità fornisce un precedente per sviluppare e valutare altre soluzioni alla disuguaglianza linguistica ed ai conflitti linguistici. Noi asseriamo che le grandi differenze di potere tra le lingue pregiudica le garanzie, espresse in tanti documenti internazionali, di un trattamento egualitario senza distinzioni dovute alla lingua.
Noi siamo un movimento per i diritti linguistici.
Devo aggiungere che mi sono reso conto solo ultimamente del potenziale dell'Esperanto per il fatto che io, come la maggior parte dei sociolinguisti, fino allora non lo avevo considerato come una cosa seria. Oltre agli argomenti intellettuali riassunti qui sopra, ho avuto l'esperienza di assistere a due conferenze "internazionali" nell'estate del 1996. Alla conferenza sui diritti linguistici a Hong Kong, l'inglese era quasi il solo strumento di comunicazione. Un partecipante sudafricano espresse la sua sorpresa , che coloro la cui capacità di usare l'inglese era meno che perfetta, in particolare gli asiatici, che molto difficilmente si esprimevano in inglese, accettassero la disuguaglianza di diritti linguistici imposta loro dagli organizzatori della conferenza. Alcune settimane dopo, all'81° Congresso di Esperanto a Praga, mi sono meravigliato moltissimo di essere testimonio del fatto che diverse migliaia di partecipanti da tutto il mondo si esprimevano con sicurezza nella comune lingua internazionale, tra essi molti asiatici, che non sembravano soffrire svantaggi.
Alcune lingue ricevono diritti prioritari nei forum internazionali, per esempio presso l'ONU, le alleanze militari o commerciali, le organizzazioni che disciplinano questioni internazionali, come la navigazione e il traffico aereo e le associazioni professionali. E' tipico che lì il funzionamento avvenga tramite una o più lingue ufficiali.
La lingua che durante il ventesimo secolo si è più imposta è l'inglese, essendo stata appoggiata dalle rivoluzioni nella tecnologia e nella comunicazione e rispecchiando un potere politico, economico e militare. Mentre le gerarchie linguistiche nei contesti postcoloniali sono spesso analizzate, la politica linguistica internazionale compresa come funzionamento delle lingue nelle organizzazioni internazionali è poco studiata e poco compresa (Tonkin 1996, p.9; vedi anche Coulmas 1996; Fettes 1996). (13)
Le analisi di Tonkin (1996) e Fettes (1996) sul funzionamento durante molti anni del sistema linguistico presso l'ONU indica che l'attuale regime linguistico rispecchia il potere politico più che non un qualche principio di eguaglianza (ad esempio, le lingue con il maggior numero di parlanti, o una selezione rappresentativa della ecologia linguistica mondiale) o di efficacia. Cinque lingue (l'inglese, il cinese, il francese, lo spagnolo ed il russo) furono accettate come lingue ufficiali dell'ONU. L'arabo fu aggiunto dopo la crisi petrolifera degli anni settanta.
Teoricamente all'ONU ci sono 6 lingue ufficiali con eguali diritti ed una grande quantità di documenti è prodotta in queste lingue per mezzo di un costoso servizio di traduzione. Di fatto l'inglese è la lingua di lavoro dominante e questo all'ONU lo si accetta tacitamente. Le potenze di lingua francese hanno espresso malcontento all'ONU, ma invano, e la loro protesta aveva poco a che fare con l'eguaglianza o i diritti delle altre lingue diverse dal francese. (14) C'è una forte resistenza contro la riforma del sistema perché esso rispecchia un insieme di compromessi politici, nonché l'apprezzamento del sistema da parte di coloro che lo amministrano e infine l'avversione a pensare alternative.
Possibili alternative proposte da Tonkin (1996, p.22-24) includono una accettazione più palese di una lingua unica, o l'inglese o l'Esperanto, oppure un maggiore sforzo per aumentare l'apprendimento linguistico ed un aperto multilinguismo, o infine un sistema per cui i servizi linguistici bisognerebbe procurarseli a pagamento. Attualmente non c'è alcuna indicazione che esista una inclinazione a cambiare il sistema, quantunque l'ONU cerchi qualche modo per limitare le spese: fino ad un quarto del budget di lavoro dell'ONU va speso per servizi di interpretariato e traduzioni (Fettes 1996, p.119). Il sistema non è efficiente: per il fatto che molti rappresentanti non parlano nessuna delle lingue ufficiali in modo scorrevole e comprensibile; per i problemi logistici di assicurare l'interpretazione nelle lingue dichiarate ufficiali; e infine per gli sprechi , quando si traducono testi in tutte le lingue ufficiali, che poi non vengono molto usate. Come fece osservare un ex interprete del sistema ONU, è paradossale dedicare molto denaro a tali servizi di interpretariato, quando poi il medesimo denaro è lesinato ai servizi essenziali dell'ONU, come il mantenimento della pace, l'organizzazione della sanità e la promozione dei diritti umani (Piron 1994).
Sembra giusto concludere che l'attuale sistema di dare diritti ad alcune lingue ha il risultato che i parlanti di altre lingue non ricevono pari accesso al sistema. Oltre a ciò la scelta di un limitato numero di lingue non significa che non ci sia una gerarchia tra le prescelte, anzi, si verifica tutto il contrario.
Nell'Unione Europea la politica linguistica è un tema così delicato, che ci sono poche iniziative di alto livello. La politica linguistica non ha una priorità di rilievo. La maggior parte di tali passi avvengono di nascosto, non allo scoperto. Come scrisse il redattore di un numero della International Political Science Review (Rivista Internazionale di Scienza Politica) circa "il nascente sistema linguistico mondiale":
il tema delle lingue resta la grande questione silenziosa dell'integrazione europea. Ci sono state molte parole sui laghi di latte e le montagne di burro, sulla valuta unitaria, sulla liberalizzazione delle migrazioni per i cittadini dell'Unione Europea e sulla limitazione di accesso per gli extracomunitari , ma la lingua stessa in cui si trattano tali temi , resta fuori discussione (de Swaan 1993, p.244).
Nell'Unione Europea sono state fatte poche ricerche sistematiche sulla politica linguistica e nessuna all'interno di un elaborato quadro multidisciplinare. Ciò che è disponibile è frammentario ed in gran parte superficiale. I libri di scienze politiche sull'integrazione europea trascurano la questione delle lingue (ad esempio Richardson 1996). Gli scritti sulla politica linguistica dell'Unione Europea contengono analisi sulle regole che determinano la politica linguistica, sulle trattazioni empiriche riguardanti l'uso di lingue specifiche e sui vari atteggiamenti circa l'uso delle lingue. Testi pionieristici sono quelli di un franco-canadese (Labrie 1993), di un tedesco (Sclossmacher 1996) e di un norvegese (Simonsen 1996) ed indubbiamente non è un caso che le prime opere siano di intellettuali di nazioni ove regna la sensazione, che le loro prime lingue siano minacciate, in ogni caso, dalla diffusione dell'inglese. I libri sono rispettivamente in francese, tedesco e norvegese, il che forse limita il numero di lettori. Ma molti dei temi sono trattati in inglese (vedi la rivista annuale Sociolinguistica e Phillipson e Skutnabb-Kangas 1997).
Teoricamente la politica linguistica è, come la cultura, una faccenda propria di ogni stato-membro; ma i processi di mondializzazione ed europeizzazione e l'intensità dei legami su tanti campi supernazionali, in molti casi stimolati da passi fatti nell'Unione Europea, rendono l'autonomia nazionale illusoria almeno in parte. Per le istituzioni dell'Unione Europea la legislazione più significativa è quella del 1958, che ha dato alle quattro lingue degli stati fondatori (olandese, francese, tedesco ed italiano) eguali diritti come lingue ufficiali e di lavoro. Quando uno dopo l'altro hanno aderito nuovi stati, sono state aggiunte le loro lingue (il danese e l'inglese nel 1972, greco, portoghese e spagnolo un decennio dopo, il finlandese e lo svedese dal 1994). La prefazione alla prima decisione chiarisce che hanno diritto ad essere lingue dell'Unione Europea quelle che sono ufficiali sul territorio di uno stato-membro. Quindi non si ammettono le lingue regionali, come il catalano in Spagna, quantunque abbia più parlanti di alcune delle lingue ufficiali.
Essere membro dell' "Unione" Europea implica la fusione della propria sovranità con quella degli altri stati membri. Perciò è evidente il bisogno di documenti scritti risultanti dai lavori comuni tra stati-membri (ad esempio nel Consiglio dei Ministri) e da distribuire in ogni stato nella lingua principale, perché i testi sulla base di leggi dell'Unione Europea (trattati, regolamenti) sono più importanti delle leggi nazionali. In questo campo è doverosa una equivalenza, la più stretta possibile, tra i testi nelle undici lingue ufficiali.
L'attuale sistema di interpretare nelle undici lingue ufficiali (11 x 10 possibili combinazioni) è assolutamente inopportuno ed è usato spesso il sistema dell'interpretazione "a canale", ad es. dal danese al greco per mezzo del francese o dell'inglese (Dollerup 1996). In linea di principio ciascuna delle undici lingue ha i medesimi diritti di essere usata come lingua di lavoro; praticamente i parlanti delle lingue "minori" spesso cedono i loro diritti e funzionano in una delle lingue "maggiori". Le bozze dei testi sono spesso disponibili solo in francese o inglese.
Probabilmente l'uguaglianza delle lingue ufficiali è stata sempre fittizia. Il francese è stato la lingua principale durante i primi anni della Commissione dell'Unione Europea a Bruxelles e resta tale in alcuni campi. I tedeschi hanno accettato ciò, quantunque i capi politici e commerciali a volte lamentino la sofferenza degli interessi tedeschi per il fatto che il tedesco non ha i medesimi diritti nella realtà.
La maggior parte dei progetti politico-linguistici sono appena percettibili; si mira ad una sorta di eguaglianza tra le undici lingue ufficiali . I programmi dell'Unione Europea per aumentare gli spostamenti degli studenti hanno lo scopo di migliorare l'uso delle lingue straniere negli stati membri e quindi di formare un sentimento "europeo". In teoria gli architetti dell'europeizzazione asseriscono che la diversità culturale e linguistica è da conservare. Ma la realtà è più complessa , sia che si tratti dell'uso di tutte le lingue nazionali a livello sopranazionale, sia che si tratti del ruolo e dei diritti delle lingue meno usate all'interno di ciascuno stato . Inoltre l'inglese ha una forte influenza sulle lingue nazionali. Nelle istituzioni dell'Unione Europea l'inglese si diffonde a spese delle altre potenziali lingue-ponte, in particolare il francese e il tedesco. Le lingue meno "internazionali" dei rimanenti stati membri hanno in realtà pochi diritti. In altre parole esiste una silenziosa accettazione di una gerarchia delle lingue della Unione Europea.
E' difficile predire come evolverà la politica linguistica della Unione Europea. Restano molte questioni senza risposta : forse l'Unione Europea va verso un sistema bilingue, in cui l'inglese sarà la seconda lingua delle élites con l'eccezione di britannici e irlandesi che resteranno per la maggior parte monolingui? O si stabilirà un più alto grado di plurilinguismo pluridirezionale e reciproco? Forse le istituzioni dell'Unione Europea continueranno nell'inopportuno sistema di traduzione ed interpretazione o si modificherà la politica sulle lingue di lavoro e la stesura dei testi? Ciò probabilmente accadrà quando entreranno i nuovi membri nell'Unione Europea. I progetti attuali che finanziano la migrazione degli studenti (Erasmus, Socrates ecc.) raggiungono forse il loro scopo dichiarato di rafforzare le lingue meno usate, o di fatto rafforzano l'inglese? (15) Esiste un dibattito bene informato sulla possibilità di usare alternative, come ad esempio l'Esperanto? Quali gruppi di votanti influiscono maggiormente sulla nascita della politica linguistica: le élites nazionali o sopranazionali , i gruppi di professionisti o i miti creati dai mezzi di comunicazione di massa e nella discussione politica? Si ha il diritto di supporre che per la delicatezza politica del tema e per la fragilità , a livello nazionale e sopranazionale, dell'infrastruttura per garantire un dibattito pubblico ben informato su questo tema, le forze commerciali poco a poco rafforzeranno l'inglese? E se succederà così, succederà a spese delle altre lingue, cioè dei loro parlanti?
La cosa è estremamente importante a molti livelli (individuali, regionali, sociali, mondiali) e in molti campi (culturali, economici, politici ecc.) e nelle ecologie linguistiche locali e a livello europeo.
Ricerche empiriche indicano che solo il francese e l'inglese funzionano efficacemente come lingue ufficiali e di lavoro nelle faccende interne dell'Unione Europea (Schlossmacher 1996, informazioni raccolte nel 1992). Gli europei del Nord di solito usano l'inglese, quelli del Sud il francese. L'inglese primeggia come mezzo di comunicazione verso l'esterno (ad es. con i paesi ex comunisti , dove il tedesco era tradizionalmente forte).
La più recente opera di Quell (1997) conferma questa impressione. La capacità di usare francese ed inglese è precondizione per una partecipazione soddisfacente nelle decisioni politiche, persino nel Parlamento Europeo, dove i servizi di interpretariato per più lingue sono disponibili e dove si usano varie lingue almeno nelle sedute plenarie del Parlamento.
Alla domanda se sia necessario un regolamento per un nuovo sistema delle lingue di lavoro , la grande maggioranza dei burocrati (78%) in servizio nell'Unione Europea ha risposto che sarebbero favorevoli, ma la pensano così molto meno i parlamentari (41%; Schlossmaier 1996, p. 98). E' da notare che le persone parlanti lingue "minori" (ad es.: danese e portoghese) non desiderano cambiamenti: probabilmente per il rischio che le loro lingue siano ancor più marginalizzate.
La medesima analisi, richiama l'attenzione sul fatto che c'è un grande numero di persone che desiderano che il tedesco sia usato come lingua con più alta priorità e rango, in contrasto al sistema del solo inglese o del francese e inglese come lingue di lavoro, anche se ciò non è ancora attuale (medesimo testo, pag.103). Ulteriore domanda durante la ricerca di Quell è stata, se una possibile soluzione del tema delle lingue di lavoro nell'Unione Europea debba essere un sistema mono-, bi- o trilingue e, se sì, quale delle undici lingue debba ricevere tale ruolo. I risultati hanno mostrato una forte preferenza del sistema bilingue (francese ed inglese) o trilingue (inglese, francese e tedesco) in opposizione al monolingue . Le ricerche hanno inoltre fatto pensare che un sistema `solo inglese' sia sostenuto più dalle persone che parlano l'inglese come seconda lingua, che non da quelle che hanno l'inglese come lingua materna. (16)
Anche l'opera di Schlossmaier mostra una larga scala di opinioni sul tema, se gli stati di recente adesione debbano avere i medesimi diritti linguistici come quelli di vecchia data. Di nuovo si nota che meno burocrati che parlamentari ritengono che i nuovi stati debbano acquisire i medesimi diritti. (17) E' più probabile che le decisioni sulla politica linguistica verranno fatte quando i nuovi stati aderiranno, se non altro per il fatto che le nuove lingue complicheranno enormemente il sistema di interpretazione simultanea.
Significa forse questo che nella futura Unione Europea, nelle sedute, quando saranno presenti i capi di stato, alti e medi burocrati, politici ed esperti, non si avrà diritto di usare la propria lingua? Quando saranno ammessi al club europeo (club le cui regole valgono giuridicamente in ogni stato membro), forse i parlanti del ceco, dell'estone, dell'ungherese e del polacco dovrebbero ascoltare solo in francese ed inglese? Al momento nessuno può dare risposte a queste domande, ma si tratta di qualcosa di fondamentale: veramente l'Unione Europea è un associazione democratica di stati membri con eguali diritti?
Poiché l'attuale politica è passiva, regolamentazione per inerzia . la sola lingua che profitterà di ciò è l'inglese. Se si riflette che per la maggior parte le persone non vogliono che l'inglese si diffonda ulteriormente, è strano che malgrado ciò essa si affermi come la lingua della burocrazia europea (Quell 1997, p. 71).
Durante l'ultimo quarto di secolo l'inglese ha assunto il rango di lingua internazionale nell'Unione Europea simile al suo ruolo all'ONU ed in molti stati postcoloniali, il che rispecchia il suo ruolo di lingua dell'americanizzazione e della "macdonaldizzazione". Ciò darà luogo a conseguenze per l'ecologia linguistica dell'Unione Europea, che diventeranno sempre più visibili nei decenni futuri. L'inglese avrà un ruolo egemonico come lingua internazionale, che il diritto internazionale, inclusa la giurisprudenza sui diritti umani , in nessun modo potrà contrastare, qualunque cosa si dichiari nei contratti circa il rifiuto di discriminazioni su base linguistica (sulle limitazioni di queste vedi Skutnabb-Kangas e Philippson 1994b).
L'egemonia linguistica dell'inglese si mostra in diversi modi. Alcuni di questi rispecchiano la forza economica. La diffusione dell'inglese dipende meno dalla forza militare (quantunque la "pacificazione" in Bosnia rafforzi e generalizzi l'inglese in quei paesi) che non da pressioni commerciali, non da ultime quelle delle società multinazionali e delle organizzazioni regionali e mondiali come l'Unione Europea.
E' chiaro che le gerarchie linguistiche a livello internazionale non sono direttamente correlate con le forze nazionali demografiche o economiche. Il tedesco ha il maggior numero di parlanti nell'Unione Europea, il più grande mercato interno e la più forte economia e funziona un po' anche a livello internazionale, ma ci sono poche indicazioni che potrà rivaleggiare con l'inglese.
L'inglese inoltre profitta del suo insegnamento come lingua straniera che conferma la gerarchia linguistica internazionale. Per poter concorrere nel mercato mondiale , quegli stati le cui lingue sarebbero rivali dell'inglese - Francia, Germania e Spagna - investono molto nell'apprendimento dell'inglese nei loro sistemi scolastici, quantunque l'inglese venga considerato una minaccia alle culture locali ed ai valori linguistici. (18)
Anche la collaborazione scientifica internazionale è sempre più dominata dall'inglese. Campi di ricerca periferici cadono spesso sotto il monopolio di progetti multinazionali basati sull'imperialismo scientifico e linguistico: (19) ci sono relazioni asimmetriche nello scambio accademico, che il ruolo dell'inglese rafforza, e nella gerarchia dei paradigmi di ricerca, che spesso si legittimano e si accettano senza riflettere.
La lingua di maggior rango approfitta delle immagini presentate dalla pubblicità delle società multinazionali e dall'associazione mentale dell'inglese con il successo e l'edonismo. L'ideologia rafforza questi simboli, che danno gloria alla lingua dominante e penalizzano le altre; questa gerarchia è "giustificata" ed internamente accettata quasi fosse normale e naturale e non come espressione di scopi egemonici e di interessi. (20) La diffusione dell'inglese si vede chiaramente nella politica post-coloniale che ignora l'ecologia
Linguistica locale. Le ricerche accademiche "occidentali" sulla sociologia della lingua spesso rispecchiano relazioni asimmetriche, come mostra la recensione di un libro (scritto da un nordamericano) sulla politica linguistica: Ecco un tipico esempio di collaborazione indiana ed occidentale: superficiale e di degnazione . Quando ignoriamo la letteratura nelle lingue regionali indiane circa i problemi linguistici dell'India, perdiamo le percezioni essenziali. L' inglese ci dà una sola dimensione (Kachru 1996, p. 138, 140).
In tutto il mondo queste tendenze e molte altre, che sono parti integranti della macdonaldizzazione, hanno come risultato che sia le élites sia gli emarginati desiderano usare con competenza l'inglese, per l'evidente ragione che si vede in questa lingua la chiave per aprire le porte. La popolarità dell'inglese non deve far dimenticare il fatto che nel complesso in Africa il 90% delle persone parla solo lingue africane. Simile è la situiazione in India: i parlanti inglese sono solo il 3-5%. Se è desiderabile che i cittadini dei paesi su tutto il pianeta contribuiscano alla soluzione dei problemi locali ed usino l'ambiente locale per scopi culturali, economici e politici localmente convenienti, ciò rende inevitabile l'uso delle lingue locali. La politica linguistica deve accordare queste dimensioni dell'ecologia linguistica con le pressioni della mondializzazione e internazionalizzazione, che promuove l'inglese. La politica linguistica deve essere esplicita e deve includere eguali condizioni per tutti i popoli e per tutte le lingue.
Richiedere un allargamento della giurisprudenza dei diritti umani internazionali, affinché essa impedisca l'invasione delle lingue internazionali dominanti, è possibile.
1 Documento politico chiave, The diffusion of English culture outside England. A problem of post-war reconstruction (La diffusione della cultura inglese al di fuori dell'Inghilterra. Un problema della ricostruzione postbellica.) (Routh 1941) fu scritto da un consigliere del British Council (Consiglio Britannico), organizzazione istituita negli anni 1930 per diffondere l'inglese e contrastare la diffusione delle lingue dei regimi fascisti. Questo fu il documento fondamentale per creare a livello mondiale la professione di insegnare l'inglese, che sorse nei tardi anni 1950 e che da allora cresce impetuosamente.
Gli americani versarono ingenti somme nei sistemi scolastici dei paesi del "terzo mondo" e in gran parte nella professione dell'insegnamento dell'inglese come seconda lingua . l'erogazione di grandi somme di denaro da parte di governi e fondazioni private nel periodo 1959-1970, forse la più grande spesa nella storia con lo scopo di diffondere una certa lingua (Troike, direttore del Centro di Linguistica Applicata, Washington, DC, 1977).
2 Queste opinioni riguardano la sua forma (amalgama di diverse lingue, in primo luogo europee) ed il suo ruolo come intermediario di cristianesimo, letteratura, ricchezza, tecnologia, scienza, progresso ecc. Il disaccordo con l'atteggiamento imperialista è raro, persino oggi (Bailey 1991, p.116). C'è una lunga e vivace tradizione di pretendere di fornire prove della superiorità della lingua inglese su tutti i campi dell'attività umana . Molti uomini hanno giustificato le più vergognose ingiustizie. Poche pretese resistono ad una rigorosa e spassionata analisi (nel medesimo libro, pag.287).
3 Malcom Rifkind, allora ministro degli esteri britannico, disse: la Gran Bretagna è una grande potenza mondiale con interessi mondiali per via del Commonwealth, le relazioni transatlantiche (con gli Stati Uniti) e la crescente potenza della lingua inglese (rapporto su The Observer, 1995.09.24).
4 Il progetto English 2000 del British Council, lanciato nel 1995, informa nel suo materiale pubblicitario, che lo scopo è di sfruttare il ruolo dell'inglese per promuovere gli interessi britannici come una delle facce del compito di continuare ed espandere il ruolo dell'inglese come lingua mondiale del prossimo secolo ..Parlare
inglese apre agli uomini le realizzazioni culturali britanniche, i suoi valori sociali e gli scopi commerciali.
5 The Sunday Times, 1994.07.10: la via di salvezza della lingua francese è che si insegni nel modo più efficace l'inglese come seconda lingua in tutte le scuole francesi .Solo quando i francesi riconosceranno il dominio dell'inglese-americano come lingua universale in un mondo che si restringe, essi potranno efficacemente difendere la loro propria unica cultura la Gran Bretagna deve continuare il lavoro di diffondere l'inglese ed i valori britannici che gli fanno da sfondo.
6 Negli ultimi tempi c'è stata una inondazione di libri sulla mondializzazione e l'inglese che si possono grosso modo classificare come appresso:
- regionali: (es.: Linguistic ecology. Language change and linguistic imperialism in the Pacific region, Muhlhauser, Routledge; South Asian English, ed. Baumgardner, Illinois UP);
- comparativi: (Post-imperial English: Status change in former British and American colonies, 1940-1990, ed. Fishman, Conrad and Rubal-Lopez, Mouton de Gruyter; Language politics in English-dominant countries, Herriman/Barnaby, Multilingual Matters);
- trionfalistici: (English as a global language, Crystal, Cambridge UP);
- analitici: (The politics of English as an international language , Pennycook, Longman; Problematizing English in India, Agnihotra and Khanna, Sage; Linguistic Imperialism, Phillipson, Oxford);
- radicali-critici: (The otherness of English. India's auntie tongue syndrome, Dasgupta, Sage; De-hegemonizing language standards. Learning from (post) colonial Englishes about "English", Parakrama, Macmillan);
- prognostici: (The future of English, Graddol, British Council).
7 Ecco la sostanza della conferenza tenuta dal presidente della British Association and Comparative Education (Associazione Britannica per l'Istruzione Internazionale e Comparata), Sir Cristopher Ball, durante la Terza Conferenza di di Oxford su Educazione ed Evoluzione, 1955).
8 I capitoli da imparare sono:
(i) imparare ad imparare:
(ii) la lingua mondiale
(iii) la lingua materna (se diversa da quella mondiale)
(iv) governo dei numerali
(v) cultura lettura/scrittura
(vi) rapporti sociali reciproci
(vii) religione, etica e valori.
9 Linguicism (separatismo linguistico) è definibile come "ideologie, strutture e pratiche usate per legittimare, suscitare e riprodurre una divisione ineguale del potere e del possesso dei mezzi (materiali ed immateriali) tra gruppi definiti sulla base di lingue" (Sktutnabb-Kangas 1988).
10 Zamenhof stesso ha citato Ovidio alludendo agli uomini che rifiutano l'Esperanto senza conoscere il suo potenziale e la sua realtà: Ignoti nulla cupido, cioè, non si desidera quello che non si conosce (citato in Centassi e Masson 1995).
11 Nell'autunno 1915 Zamenhof scrisse un articolo con il titolo "Dopo la Grande Guerra - appello ai diplomatici" , specie di testamento politico. Egli propose quattro principi (Centassi e Masson 1995, pag. 329-331):
12 Das Kommunikations-und Sprachenproblem in der Europaeischer Gemeinschaft - wie weit koennte eine Plansprache zu seiner Loesung beitragen? (Il problema linguistico comunicativo nell'Unione Europea - fino a quale grado una lingua pianificata potrebbe contribuire alla soluzione ?), Parlamento Europeo, Bruxelles, 29 settembre 1993, organizzata dalla Fondazione Hanns-Seidel. Un secondo hearing (ascolto delle proposte) è progettato dal Gruppo di Lavoro per i problemi linguistici dell'Unione Europea. Si possono ricevere dettagli presso la UEA a Rotterdam.
13 Il Centro di Ricerca e Documentazione per i Problemi Linguistici Mondiali, la cui sede è presso l'Università di Hartford, Stati Uniti, insieme alla rivista Language Problems and Language Planning (Problemi Linguistici e Pianificazione Linguistica) ha organizzato una serie di conferenze presso le Nazioni Unite sulla politica linguistica (circa gli accenni vedi Tonkin 1996).
14 Si legga la risoluzione dell'Assemblea Generale del 2 novembre 1995, riferita da Fettes 1996, pag.130.
15 Da decenni il Consiglio d'Europa stimola l'apprendimento di due lingue straniere. La Commissione dell'Unione Europea nel suo "Libro Bianco" (White Paper o Documento Guida) sull'Educazione e la Preparazione (COM 95- 590 del 29.11.1995) ha raccomandato che tutti i giovani imparino almeno due lingue dell'Unione Europea, ed ha proposto diversi mezzi per potenziare l'apprendimento delle lingue straniere. Molti studenti in Europa già lo fanno, e la maggior parte dei governi dell'Unione Europea, eccetto quello britannico, appoggia l'apprendimento delle due lingue straniere.
16 Quantunque Quell abbia esposto la sua analisi con accuratezza e prudenza , egli è incline ad accettare l'opinione che i parlanti della seconda lingua sono ideali come agenti dei cambiamenti, non solo perché essi sono fortemente motivati, ma anche perché essi appoggiano una lingua, alla quale essi non sono legati in modo grossolanamente nazionale e culturale e quindi li si considera improbabilmente come sostenitori di una certa politica per motivi egoisti e nazionalistici (Quell 1997, pag. 70) Forse questa conclusione è valida all'interno di questa ricerca; ma se la si mette in un contesto più largo, essa è forse meno generalizzabile. Le ricerche di Schlossmaier indicano che i burocrati dell'Unione Europea insistono meno dei parlamentari sull'uso della loro prima lingua nelle istituzioni dell'Unione Europea.
17 In un certo grado questo "risultato" potrebbe essere un risultato innaturale della forma del questionario, perché gli interrogati dovevano interpretare asserzioni, che si possono intendere in modo diverso, per quanto accuratamente siano formulate. E forse Amtssprache è l'esatto equivalente di official language ?
18 Si leggano i dettagli sui cambiamenti nell'insegnamento delle lingue straniere nei paesi dell'Unione Europea durante il mezzo secolo testé trascorso e l'analisi delle conseguenze per la scelta della lingua nella comunicazione interpersonale presso Labie e Quell 1997.
19 Avvengono vivaci dibattiti sulle riviste scientifiche ungheresi circa i rapporti disuguali tra scienziati nordamericani ed i loro "partners" ungheresi. Vedi il numero speciale di Replika circa "Colonialismo o partenariato? L'Europa Orientale e le scienze sociali occidentali", 1996. Ringrazio Miklos Kontra per avermi richiamato a questo argomento.
20 Un recente esempio: un alto funzionario del British Council considera l'attuale dominio dell'inglese sui più importanti campi della mondializzazione altrettanto naturale come l'acqua che fluisce verso il basso ed il sole che sorge ad oriente e se si accetta questo fatto sociale, è legittimo ed inevitabile che i paesi anglofoni cercheranno di guadagnare da questo fatto vantaggi nazionali .. (Seaton 1997, pag.381).
ESPERANTO-DOKUMENTOJ descrivono il lavoro, l'organizzazione, la cultura e la storia del movimento esperantista. Essi appaiono in Esperanto e nelle lingue inglese e francese. Il contenuto delle diverse serie non è identico.
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N-ro Titolo
1. Unesco e UEA, 1954-1974 (esaurito)
2. Il contributo dell'Associazione Universale di Esperanto alla pace mondiale (esaurito)
3. Esperanto attraverso l'etere, 1922-1975 (esaurito)
4. Introduzione agli studi di Esperanto (esaurito)
5. L'Associazione Universale di Esperanto nell'anno internazionale della Donna 1975 (esaurito)
6. Turismo internazionale dei parlanti di Esperanto (esaurito)
7. Problemi linguistici ed Atto Finale (esaurito)
8. Il problema linguistico nella Comunità Europea (esaurito)
9. L'Esperanto e gli adulti (esaurito)
10. L'Esperanto: lingua europea o asiatica? (esaurito)
11. La lingua ed il diritto alla comunicazione (esaurito)
12. L'uso della lingua internazionale Esperanto come soluzione parziale dei problemi linguistici nelle organizzazioni internazionali non governative: alcune raccomandazioni (esaurito)
13. Il problema linguistico del movimento dei paesi non allineati.
14. Risoluzioni del 65° Congresso Universale di Esperanto
15. Sei centri di ricerca sulle interlingue
16. La situazione ufficiale dell'insegnamento di Esperanto nel mondo
17. Aspetti generazionali del movimento esperantista. Rapporto sul 67° Congresso Universale di Esperanto, 1982
18. Impedimenti linguistici in relazione al nuovo ordine mondiale della informazione e della comunicazione
19. Anno mondiale della Comunicazione: aspetti sociali e linguistici della moderna comunicazione
20. La situazione ufficiale dell'insegnamento di Esperanto nel mondo (2° ediz.)
21. Storia dell'Organizzazione Mondiale della Gioventù Esperantista.
22. Il problema linguistico nel turismo
23. I valori socio-politico, pedagogico e culturale dell'Esperanto
24. Il problema linguistico nella scienza ed il ruolo della lingua internazionale
25. Esperanto - Lingua delle scienze naturali e della tecnica
26. Reazioni psicologiche all'Esperanto
27. Verso una lingua per l'Europa? Il futuro della babele europea
28-29. Verso una nuova politica linguistica internazionale: il valore propedeutico dell'Esperanto
30 Traduzione con il computer: il sogno e la realtà
31 Su alcuni problemi di interlinguistica: intervista con il linguista francese Martinet
32. L'Esperanto ed il plurilinguismo del futuro: Discussione con Umberto Eco
33. Egemonia politica ed egemonia linguistica in Europa
34. Per una politica dell'Esperanto
35. Tutti insieme: Atti del 1° Convegno del Forum Strategico della comunità esperantista
36. Il lavoro dell'Associazione Universale di Esperanto per un mondo più pacifico
Molti dei summenzionati opuscoli sono disponibili anche nelle lingue francese ed inglese.
ESPERANTO-DOCUMENTOJ 37E issn 0165-2524
LINGUE INTERNAZIONALI E DIRITTI UMANI INTERNAZIONALI
UNIVERSALA ESPERANTO-ASOCIO ROTTERDAM 2002
Tra i diritti umani ci sono anche i diritti linguistici. Ma quale è l'aspetto della reale politica linguistica a livello internazionale?
Robert Phillipson richiama l'attenzione sulla crescente discriminazione e sulla antidemocratica decisione per inerzia: senza discutere si passa all'uso di poche lingue, a volte di una sola, cosicché l'evoluzione sembra inevitabile. L'autore vede nell'Esperanto una alternativa democratica.
ROBERT PHILLIPSON si è diplomato presso le università di Cambridge ed Oxford. Per molti anni è stato impiegato del British Council. Attualmente lavora nella facoltà di lingua inglese nell Scuola Superiore di Commercio di Copenhagen, Danimarca.
E' autore di diversi libri sulla politica linguistica da solo o insieme con sua moglie, Tove Skutnabb-Kangas.
Lingue Internazionali e Diritti Umani Internazionali" è stato il suo contributo a Lingua: un Diritto ed una Risorsa (Lingua: Diritto e ricchezza), pubblicato dalla Stampa Universitaria Europea Centrale, redatta da Miklòs Kontra, Robert Phillipson, Tove Skutnabb-Kangas e Tibor Vàrady
Tradukis Carlo Minnaja kaj Elvia Belluco (Italio)